Due chiacchiere con Paolo Cognetti

Comunque, gli occhi sono dei bugiardi schifosi. È il frigo lo specchio dell’anima.
(Sofia si veste sempre di nero, 2012)

Ho avuto il privilegio di conoscere Paolo Cognetti una decina di anni fa. Era già uno scrittore (avrei detto un grande scrittore, oggi è una profezia troppo facile), con due libri, racconti metropolitani soffusi di lirismo, per Minimum Fax. Mi aveva raccontato la genesi della sua vocazione letteraria, nata dal lavoro di videomaker, che restava l’occupazione principale: aveva trasposto in parole il percorso per immagini sui luoghi newyorkesi di grandi romanzi(eri) americani. Dieci anni più tardi, il ragazzo che ricordavo abita il (quasi) quarantenne diventato una gloria nazionale, vincitore del premio Strega con Le otto montagne, edito da Einaudi. Paolo vive bene l’alternanza di un’estate solitaria, lunga da aprile a ottobre, che trascorre in una baita valdostana a duemila metri (punteggiata di viaggi verso altre montagne, agli antipodi) e un inverno milanese. New York è stato materiale d’esplorazione per due guide di viaggio (New York è una finestra senza tende, 2010, e Tutte le mie preghiere guardano verso Ovest, 2014). Ritrovo la stessa calma di uno nato grande, da sempre maturo, lucido, umile. Così racconta la sua rivelazione come scrittore, l’avvento della fama: È strano viverla da dentro perché a te sembra di fare sempre le stesse cose, di andare avanti con un discorso molto coerente – quand’ecco che, di colpo, gli altri si accorgono di te. Per un motivo che, in fondo, non capisco (ne sono contento).

 

 

D: Qual è la tua madeleine, ovvero il cibo della tua infanzia, e quale ricordo porta con sé?

R: Certe cose di mia madre, veneta e gran cuoca. Il risotto col radicchio o con i funghi mi fanno quell’effetto lì, profonda infanzia. Il baccalà con la polenta. Aveva persino vinto una gara, di baccalà alla vicentina.

E tu, cucini?

Sì. Per due anni ho anche lavorato come cuoco in un ristorante di montagna.

Qual è il gesto, il piccolo rituale che accompagna il mettersi a tavola?

Viviamo in due, con Federica, e sono io quello che cucina e di quelli che si innervosiscono parecchio se qualcuno si avvicina. Portare in tavola il cibo è il mio modo di servirla, nutrirla, preparare questo momento nostro.

Quando è stata l’ultima volta?

Ieri a pranzo. Cucino tante verdure, perché sono vegetariano da un paio d’anni, e, siccome sono tornato dal Nepal da una settimana, le ho accompagnate con un piatto tipico loro, il dal bhat (lenticchie, dal, e riso, bhat).

Un viaggio che ha modificato le tue abitudini alimentari? Il Nepal, forse?

È così. Risalivo la valle dell’Annapurna, un Ottomila, e ho trovato un cartello: Da questo momento, per rispetto della montagna e di questo luogo sacro, è vietato uccidere e mangiare gli animali. Avevo già un po’ di problemi con la carne, da quando ho avuto Lucky, il mio cane: aveva iniziato a sembrarmi poco civile mangiare animali come lui. Lassù mi sono sentito molto bene e, una volta sceso, ho deciso di portare con me l’Annapurna. Ho tolto la carne e, piano piano, il pesce. Mantengo uova e formaggi perché vivo in mezzo agli alpeggi: consumo prodotti di vicini allevatori, mi sembra accettabile.

 

 

Ippocrate diceva: che il cibo sia la tua medicina.

Sono diventato molto attento. Ho smesso di andare al supermercato, preferisco il fruttivendolo sotto casa: la verdura buona è più costosa ma mi sembra un buon modo di spendere i soldi.

Uno stile di vita sano?

La cura del corpo è importante e la montagna è anche il modo di tenermi in forma. Amo moltissimo cucinare e mangiare così bado a qualità e a quantità: alla base della dieta ci sono verdure e legumi e, di rado, qualche carboidrato.

Niente dolci.

No.

E la tua colazione com’è?

Prendo solo caffè nero – che è un modo per dire che non la faccio.

 

Dieci alimenti che ci sono oggi nel tuo frigorifero.

È quasi sempre mezzo vuoto: faccio la spesa tutti i giorni e non mi piace avere avanzi e roba che appassisce. Ci sono verdura, uova, formaggi.

Sei una specie di manifesto del sano mangiare, la perfezione a tavola.

Sono anche un forte bevitore, sul lato umano.

Qual è l’emozione con il cibo?

Il piacere. Non sono uno che si nutre per dovere, per fame. Mangiare è tranquillità, e intimità con un altro.

Qual è il cibo per la tua anima?

Direi il bosco, la montagna, gli elementi selvatici: l’acqua di un torrente, un bosco di larici, o le rocce. Non uso la parola natura, mi sembra veramente astratta.

Di cosa, viceversa, nutri lo spirito, sede delle facoltà cosiddette superiori?

Di libri. Sono un gran lettore di racconti e romanzi. È lavoro e resta la mia grande passione.