DA MILLENNIAL VI DICO CHE LA FRUTTA DI STAGIONE NON ESISTE MA RICERCHIAMO IL SUO VALORE

DA MILLENNIAL VI DICO CHE LA FRUTTA DI STAGIONE NON ESISTE MA RICERCHIAMO IL SUO VALORE

È una generazione diversa, la mia – che all’anagrafe segno 27 anni -, lo è perché nell’evoluzione delle generazioni si trova sempre un punto di rottura fra ciò che è stato e ciò che, invece, è destinato a essere. La questione del dito puntato contro la stagionalità è un falso mito, ma nasconde dietro più problematiche e rischi di quanto non si pensi. Mangiamo frutta e verdura anche noi, nonostante il nostro rapporto sia meno ‘naturale’ e immediato rispetto ai nostri avi, e ci dedichiamo a una ricerca ben più complessa proprio perché necessaria, e non a portata di mano.

 

La stagionalità è passata in secondo piano soprattutto per chi è nato e cresciuto in una grande  città; ma proprio noi, vissuti con il bombardamento mediatico e visivo degli snack coloratissimi e dolcissimi siamo gli stessi che ora riscoprono ora i mercati contadini e l’enorme mondo dietro a ciò che si consuma. Ricerchiamo, appunto, perché certi elementi come la ruralità o la tradizione famigliare, da sempre formatori di una stretta coscienza critica in merito ai cicli naturali, non ci sono praticamente più. L’enorme disponibilità di cibo di cui gode questa epoca, del resto, ha portato a ridurre sempre di più i confini e influenzare il nostro rapporto con le merci. Allargandosi la scelta si sono ampliate le richieste e la fluidità dell’acquisto ha straordinariamente sovvertito il naturale arrivo delle referenze, richiedendo un cambio nelle produzioni per rendere sempre disponibili certi tipi di prodotti. Queste tracce, eredità dei baby boomers e di quella espansione economica, hanno fatto smarrire in parte l’attrazione verso il prodotto di stagione, ponendolo, spesso, in secondo piano rispetto alla convenienza di altri che non sono nemmeno della stessa categoria merceologica . Un discorso che, del resto, accompagna anche la scelta fra prodotti territoriali e il made in Italy di cui sappiamo pochissimo. È chiaro, quindi, che il rapporto col mondo agricolo delle nuove generazioni di adulti, che ora si ritrovano a essere indipendenti, ne sia uscito trasformato rispetto a quello dei genitori o, ancora di più, dei nonni.

 

Crescere in queste città, in condizioni lavorative e di vita sempre più fragili dal punto di vista della programmazione, si è riversato, inevitabilmente, anche sul tipo di consumi. Allontanarsi della stagionalità o, semplicemente, non venire educati alle peculiarità di frutta e verdura comporta numerosi rischi, che vanno dalla sostenibilità all’ecologia, sino alla standardizzazione del gusto e dei sapori. Le radici del nostro paese provengono dall’agricoltura e da ciò che produce la nostra terra, non essere a conoscenza di questo legame significherebbe smarrire la tradizione che più caratterizza la nostra fisionomia.

 

La nostra generazione, nonostante tutto, custodisce la possibilità di ritornare alle origini. Sembra aver smarrito la stagionalità, per una serie di motivi che dipendono dalla nostra responsabilità e da quella degli altri, ma siamo anche i promotori più sensibili di un cambiamento. Dobbiamo esserlo e le trasformazioni in atto in questi tempi (sensibilità verso l’ambiente, ricerca del genuino e di un nuovo legame con il cibo, più consapevole) stanno già portando a segnali di cambiamento, molto significativi che ci porteranno, spero, al reincanto generato dalle stagioni della natura e del cibo, le peculiarità e per il gusto.

 



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